Santi Sadoth e centoventotto compagni
martiri persiani
La sua storia
Il suo nome, in persiano, significa «l'amico del re». È la cosa più amara che si possa dire di lui, perché fu un re a farlo uccidere. Shahdost — che il Martirologio Romano chiama Sadoth — era vescovo di Seleucia-Ctesifonte, la grande città sul Tigri che era il cuore della Chiesa d'Oriente. Veniva dal Beth Garmai, o forse da Susa; le fonti che lo riguardano sono poche e non concordano su tutto. Era arcidiacono di Simone bar Sabbae, e quando questi fu martirizzato ne prese il posto sulla cattedra. Prenderlo, in quel momento, voleva dire una cosa sola. Il re persiano Sapore II aveva scatenato contro i cristiani una persecuzione durissima, e il vescovo precedente era appena stato ucciso. Shahdost accettò comunque. Governò due anni e cinque mesi. Poi arrestarono anche lui, insieme a **centoventotto** fra preti, religiosi e laici della sua Chiesa. Li deportarono a Bēṯ Lapaṭ, dove allora risiedeva il re, e lì li decapitarono, probabilmente nell'estate del 342 o del 343. Il Martirologio li ricorda tutti insieme: lui e i suoi centoventotto. È venerato come santo sia dai cattolici sia dagli ortodossi, e la sua festa cade oggi. Non c'è un onomastico che possiamo festeggiare, e forse è giusto così: oggi si ricorda un uomo che accettò un posto sapendo esattamente come sarebbe finita, e centoventotto persone che lo seguirono.
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