Sant'Agnese
vergine e martire
La sua storia
Agnese aveva tredici anni. È la prima cosa da dire, perché è quella che ha colpito tutti, allora e adesso: una ragazzina romana di famiglia nobile, la gens Claudia, uccisa durante la persecuzione di Diocleziano intorno al 305. Le notizie sulla sua vita sono varie e a volte si contraddicono, com'è normale per i martiri antichi. Il racconto tradizionale dice che il figlio del prefetto di Roma si era invaghito di lei e non era ricambiato, perché Agnese aveva fatto voto di castità. Il padre del giovane provò prima a chiuderla fra le vestali, poi, al rifiuto, a umiliarla mandandola in un postribolo. La tradizione racconta che nessuno osò toccarla. Accusata di magia, fu condannata al rogo: si dice che le fiamme si divisero senza sfiorarla. Alla fine la uccisero con un colpo di spada alla gola. È per quella morte che nell'arte la si vede sempre con un agnello accanto — l'animale che faceva la stessa fine, e il gioco di parole col suo nome. Di lei parlò sant'Ambrogio in un inno, e il suo nome sta nel Canone della Messa. A Roma ha due chiese: Sant'Agnese in Agone, a piazza Navona, sul luogo che la tradizione indica come quello del martirio, e Sant'Agnese fuori le mura, sopra le catacombe dove fu sepolta. E ogni ventuno gennaio, lì, due agnelli allevati dalle religiose vengono benedetti e portati al papa: con la loro lana si tessono i palli dei patriarchi e dei metropoliti di tutto il mondo. È un rito che va avanti da secoli. È patrona delle vergini, delle fidanzate e — non si sa bene perché, ma fa sorridere — anche dei giardinieri. Chi si chiama Agnese festeggia oggi: un nome antico, che è tornato a piacere.
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